Così scriveva Paulo Coelho qualche tempo fa. E non aveva tutti i torti...
“Le cose che ho imparato nella vita”
di Paulo Coelho
Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
- Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà.
E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
- Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
- Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
- Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
- Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
- Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
- Che la pazienza richiede molta pratica.
- Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
- Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
- Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto te stesso.
- Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
- Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
- Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
- Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
- Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
- La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
- E’ vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
- Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
- Non cercare le apparenze, possono ingannare.
- Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
- Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
- Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
- Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
- Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
- Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
- Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
- Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
- Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.
- Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te piange.
21/05/07
consigli per la lettura
Siccome questo è un blog dedicato anche a chi ama leggere, qualche segnalazione non fa mai male. Innanzitutto - per rimanere in tema con il post precedente - ho letto dopo anni dalla sua pubblicazione, il celeberrimo "La città della gioia" di Dominique La Pierre. Bello, crudo, impietoso ed estremamente fedele alla realtà, anche se io a Calcutta (oggi Kolkata) non ci sono stata, ma l'inferno descritto da La Pierre è lo stesso che c'è anche a New Dehli, Mumbai, Varanasi.
Di seguito qualche segnalazione di libri che mi sono capitati per le mani nelle ultime settimane e che secondo me meritano attenzione. Aspetto i vostri commenti.
A presto
P.
Memorie di un artista della delusione
di Jonathan Lethem
Minimum Fax, pag. 268
€ 14,00
Lethem esordisce con una raccolta di saggi tratti dalla sua vita personale e non solo, con un pizzico di critico cinismo nel commentare la musica, i libri e i film che hanno fatto storia… la sua storia. Una particolare attenzione è riservata ad aneddoti della sua infanzia, con riferimenti ad amici e parenti, alla città di origine (New York) e alla sua formazione intellettuale. Insomma, ci troviamo davanti ad un ritratto a tutto tondo di uno dei più grandi scrittori dell’attuale panorama anglo-americano.
Un libro da rileggere (o da riscoprire)
Kim
di Rudyard Kipling
Einaudi, p. 340, € 15,80
Un libro da riscoprire a più di un secolo dalla sua pubblicazione, il romanzo di Kipling è un classico della letteratura anglo-indiana, e non solo. Kim, figlio di un sergente irlandese trasferito in India, rimasto orfano, si mette sulle tracce di un santone del Tibet alla ricerca di un fiume purificatore. Sarà disposto a rinunciare alla saggezza del santone per seguire le orme del padre? Un viaggio che segna la distanza tra Oriente e Occidente, tra credenze ancestrali asiatiche e razionalismo europeo.
Ancora sull'India...
I Beatles in India. Altri dieci giorni che cambiarono il mondo
di Lewis Lapham
Edizioni e/o, p. 115, € 8,50
Era il 16 febbraio del tanto chiaccherato ’68 quando i fantastici quattro, alias i Beatles, partirono alla volta di Rishikesh per conoscere più da vicino la meditazione trascendentale di Maharishi Manesh Yogi, guru indiano di fama internazionale. E lui, Lewis Lapham, giovane esponente del movimento del new journalism, è l’unico reporter chiamato a prendere parte all’evento. Da lì, nasce il resoconto dell’incontro tra due realtà lontanissime tra loro: la cultura pop occidentale e il misticismo orientale.
Un incipit che è tutto un programma...
È un fatto universalmente noto che uno scapolo provvisto di un cospicuo patrimonio non possa fare a meno di prendere moglie.
(Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, Einaudi, p. 418, € 7,80)
Un incipit incisivo e lapidario che dà l’avvio ad un classico della letteratura ottocentesca, nonché al romanzo più celebre della scrittrice inglese Jane Austen. La trama ruota intorno all’orgoglio di classe dell’altezzoso e sprezzante signor Darcy e al pregiudizio della giovanissima e innocente Elizabeth Bennet nei confronti del ragazzo. Il lieto fine, naturalmente, è d’obbligo.
Di seguito qualche segnalazione di libri che mi sono capitati per le mani nelle ultime settimane e che secondo me meritano attenzione. Aspetto i vostri commenti.
A presto
P.
Memorie di un artista della delusione
di Jonathan Lethem
Minimum Fax, pag. 268
€ 14,00
Lethem esordisce con una raccolta di saggi tratti dalla sua vita personale e non solo, con un pizzico di critico cinismo nel commentare la musica, i libri e i film che hanno fatto storia… la sua storia. Una particolare attenzione è riservata ad aneddoti della sua infanzia, con riferimenti ad amici e parenti, alla città di origine (New York) e alla sua formazione intellettuale. Insomma, ci troviamo davanti ad un ritratto a tutto tondo di uno dei più grandi scrittori dell’attuale panorama anglo-americano.
Un libro da rileggere (o da riscoprire)
Kim
di Rudyard Kipling
Einaudi, p. 340, € 15,80
Un libro da riscoprire a più di un secolo dalla sua pubblicazione, il romanzo di Kipling è un classico della letteratura anglo-indiana, e non solo. Kim, figlio di un sergente irlandese trasferito in India, rimasto orfano, si mette sulle tracce di un santone del Tibet alla ricerca di un fiume purificatore. Sarà disposto a rinunciare alla saggezza del santone per seguire le orme del padre? Un viaggio che segna la distanza tra Oriente e Occidente, tra credenze ancestrali asiatiche e razionalismo europeo.
Ancora sull'India...
I Beatles in India. Altri dieci giorni che cambiarono il mondo
di Lewis Lapham
Edizioni e/o, p. 115, € 8,50
Era il 16 febbraio del tanto chiaccherato ’68 quando i fantastici quattro, alias i Beatles, partirono alla volta di Rishikesh per conoscere più da vicino la meditazione trascendentale di Maharishi Manesh Yogi, guru indiano di fama internazionale. E lui, Lewis Lapham, giovane esponente del movimento del new journalism, è l’unico reporter chiamato a prendere parte all’evento. Da lì, nasce il resoconto dell’incontro tra due realtà lontanissime tra loro: la cultura pop occidentale e il misticismo orientale.
Un incipit che è tutto un programma...
È un fatto universalmente noto che uno scapolo provvisto di un cospicuo patrimonio non possa fare a meno di prendere moglie.
(Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, Einaudi, p. 418, € 7,80)
Un incipit incisivo e lapidario che dà l’avvio ad un classico della letteratura ottocentesca, nonché al romanzo più celebre della scrittrice inglese Jane Austen. La trama ruota intorno all’orgoglio di classe dell’altezzoso e sprezzante signor Darcy e al pregiudizio della giovanissima e innocente Elizabeth Bennet nei confronti del ragazzo. Il lieto fine, naturalmente, è d’obbligo.
11/05/07
Passaggio in India

Un viaggio in India è qualcosa in più di un viaggio turistico, è un’esperienza forte che può – lo ha fatto a moltissime persone nel corso dei secoli – anche cambiarti la vita.
Enorme, sovraffollatissima, calda e umida, sporca e maleodorante eppure l’India emana un fascino che non scopri subito, ma solo a distanza di mesi.
Il nostro viaggio parte da New Dehli, la capitale, città dei Ministeri e delle ambasciate, del Palazzo Presidenziale, dei giardini curati con precisione maniacale, anzi britannica. L’India,infatti, ha raggiunto l’indipendenza solo il 14 agosto 1947, prima di allora faceva parte dell’impero britannico. E furono proprio gli inglesi che trasformarono la città costruendo la Nuova Dehli e rendendola capitale. Dehli è una città di 12 milioni di abitanti dalle mille facce diverse: costruita su se stessa per ben otto volte è una megalopoli estremamente contraddittoria. Da una parte l’immensa povertà di un popolo che vive ben al di sotto del limite di sussitenza, per strada, senza case o in baracche luride e fatiscenti. Dall’altra una tecnologia avanzatissima, un’industria cinematografica che non ha rivali al mondo (nemmeno Hollywood) e una produzione agricola che rende l’India il secondo paese al mondo nell’esportazione di frutta. Accade quindi che puoi stare in uno dei migliori hotel della città, in pieno centro, e sul marciapiede c’è la vecchia lebbrosa che ti chiede l’elemosina, i bambini vestiti di pochi stracci e abbandonati a se stessi che ti circondano con la speranza di ricevere una caramella, un cioccolatino, un sapone o uno shampoo dell’albergo. Superato l’impatto iniziale, scopri che Dehli è anche una città molto bella, oltre che rumorosissima. Divisa nella città vecchia e nuova, si snoda sulle rive dello Yamuna, fiume sacro per gli induisti. Nella parte vecchia, spiccano due edifici: il Forte Rosso (Lal Qila) e la Moschea del Venerdi (Jama Masjid) posta proprio al centro del quartiere musulmano di Chandni Chowk. Il Forte Rosso (chiuso ogni anno a metà agosto in occasione della festa dell’Indipendenza) è una sorta di mini-villaggio fortificato che si estende su una superficie di 3 km quadrati con mura alte dai 20 ai 30 metri e una porta principale (il Lahori Gate) a 3 piani. Sempre sulle sponde dello Yamuna, più a sud, c’è il Raj Ghat, sacrario dove sono conservate le ceneri del Mahatma Ghandi. Su una semplice pietra quadrata nera arde una fiamma perenne in memoria dell’uomo più rappresentativo dell’India.
Nella zona nuova, da vedere subito il Gate of India, l’arco alto 42 metri e posto all’inizio del Rajpath, il viale imperiale lungo 2 km circondati da prati curatissimi, che porta al Palazzo Presidenziale (Rashtrapati Bhavan): 340 stanze che un tempo ospitavano il viceré britannico e oggi il Presidente della Repubblica Indiana. Edificio dal fascino antico e romantico è il Mausoleo di Humayun (imperatore della dinastia Moghul) fatto costruire nel 1556 dalla moglie dello stesso Humayun per ricordare l’amatissimo sposo. Realizzato in pietra arenaria rossa con decorazioni in marmo bianco, è una struttura imponente che si sviluppa intorno ad una sala ottagonale al centro della quale è posto il cenotafio dell’imperatore. Tra i numerosissimi templi della capitale, segnaliamo quello di Lakshmi (dea della ricchezza) e il tempio Baha’i, realizzato da Le Corbusier con la particolarissima forma di un fiore di loto. Per chi ama lo shopping imperdibile Connaught Place, una piazza costruita sul modello della città inglese di Bath con 8 strade radiali e 3 concentriche. Al centro un mega centro commerciale sotterraneo dove c’è di tutto. Infine, il complesso archeologico del Qutub Minar, un parco con le rovine delle 8 città di Dehli e la torre di Qutub costruita nel 1197.
BOX NEW DEHLI
Dove dormire:
Park Hotel, 15 Parliament Street, New Dehli 110 001 (www.theparkhotels.com)
Oberoi, Dr. Zakir Hussaind Marg
Dove mangiare:
Karim’s, Gulli Kababian nella Old Dehli, ristorante tradizionale con 5 sale e piatti della migliore cucina indiana.
Kandahar (cucina Moghul), Baan Thai, La Rochelle (cucina occidentale) tutti e 3 situati all’interno dell’Hotel Oberoi
Come si arriva: Voli Alitalia da Roma e da Milano
Dalla capitale al Rajastan
Lasciando Dehli passiamo al Rajastan, la terra dei Maraja. Sulla strada per Jaipur ci fermiamo a Samode, cittadina di vicoli strettissimi che vanta uno dei palazzi più belli dell’intero paese. Costruito nel 19° secolo, il Palazzo di Samode è oggi un magnifico albergo. Quando si arriva a Jaipur, il colpo d’occhio è fantastico: tutti i palazzi e i muri del centro sono rosa, secondo una tradizione che si rinnova ogni 5 anni: dipinta per la prima volta di rosa dal Maharaja Ram Singh nel 1863 in onore del futuro re d’Inghilterra Edoardo VII viene costantemente riverniciata. Tra centinaia di negozi che vendono qualsiasi cosa, soprattutto monili d’argento, donne bellissime nei loro sari coloratissimi, di cotone o di seta a seconda della casta di appartenenza, spicca il particolarissimo Palazzo dei Venti (Hawa Mahal). Un palazzo, costruito nel 1799, che in realtà è un’unica facciata piena di finestre da cui le donne di corte potevano guardare la strada senza essere viste.
Lo splendore del Taj Mahal
Tappa successiva è Agra, famosa per lo splendido Taj Mahal, edificio simbolo della dinastia Moghul fatto costruire dall’imperatore Shah Jahn per l’adorata moglie morta di parto al quattordicesimo figlio. Realizzato tutto in marmo bianco e arricchito da pietre preziose provenienti da tutta l’Asia, il Taj Mahal si specchia nelle acque del fiume Yamuna ed è immerso in uno splendido giardino che rappresenta (secondo la credenza musulmana) il paradiso. Affollatissimo in qualsiasi giorno dell’anno, è preferibile visitarlo al mattino presto per evitare le lunghe code. Ma l’effetto e i colori che si vedono al tramonto regalano uno spettacolo unico al mondo.
La città sacra
Con un volo inerno, arriviamo a Varanasi, la vecchia Benares, città bagnata dal Gange e considerata sacra dagli induisti, che qui ci vengono almeno una volta nella vita, preferibilmente a morire. Sì, perché la fede dice che chi muore qui vada direttamente in paradiso. Le strade sono caotiche, strapiene di gente, di auto, di risciò, di biciclette e di mucche. Due le cerimonie che si svolgono ogni giorno e che raccolgono milioni di pellegrini che arrivano da tutto il mondo: quella del tramonto, con i coloratissimi bramhini che danno vita ad un autentico spettacolo a cui si assiste dalle barche. Il colore degli abiti dei bramhini è arancione acceso, limpido e solare, in totale contrasto con il marrone, cupo e tetro del fiume sacro. Eppure è quel fiume a dare la purificazione da tutti i peccati e una reincarnazione migliore. I riti sono accompagnati da musica, canti, suoni di campanelli, battiti di mani ritmati e ripetuti dalla folla che assiste alla cerimonia. E poi tanti incensi, offerte votive, fiori e candele che vengono deposte nell’acqua, fedeli che si bagnano nel fiume. Ma è all’alba che si svolge la cerimonia più suggestiva, quella della purificazione: arrivano a migliaia, in silenzio, seminudi, o coperti di panni poverissimi, e si immergono nel Gange, pregando e bevendo quell’acqua che per chi non è induista è putrida e minacciosa, quasi. I ghat (le gradinate che degradano dalle strade al fiume) si popolano di tantissima gente, donne e uomini rigorosamente separati, tutti in preghiera. Quando torni indietro arrivi alle pire dove vengono cremati i defunti. Il silenzio è intenso, il rispetto enorme. Al di là delle pire si dipanano i vicoli strettissimi della città vecchia, stradine che si snodano in un labirinto che ti coinvolge e ti frastorna. Tra questi vicoli pieni di botteghe e di artigiani, di tempietti e offerte a Ganesh (dio della fortuna) all’improvviso spunta il Tempio d’Oro: un colpo d’occhio incredibile.
La metropoli del futuro
Il nostro giro si conclude a Mumbai, ovvero Bombay. La città più “normale”. tra quelle viste. Sembra la New York di vent’anni fa e si capisce subito che nel giro di pochi anni Mumbai e l’India intera saranno il centro del mondo. Da vedere assolutamente l’Indian Gate, un arco maestoso costruito in onore del re inglese Giorgio V che costituiva la porta d’ingresso nel continente indiano. Alle spalle di questo splendido arco, il miglior hotel della città: il Taj Mahal. Austero ed elegantissimo, è un albergo dal fascino antico. Il bar a bordo piscina è prerogativa dei soli ospiti dell’hotel ed è un’oasi di pace e di raffinatezza nella confusione al di là del muro. Ma anche Mumbai ha le sue contraddizioni: cumuli di spazzatura, mendicanti sporchi e laceri, fogne a cielo aperto, topi grandi come cani. E di contro il futuro, la tecnologia, Bollywood, l’industria cinematografica più produttiva e ricca del mondo, e la consapevolezza di essere destinati a diventare la prima potenza mondiale.
Ma anche questo è il fascino dell’India.
Dove dormire
A Jaipur
Rambagh Palace (ex residenza del Maraja della città), Bhawani Singh Road, tel. 91141 381 919
Raj Palace, Chomu Havell Joravar Singh Gate Amber Road
Ad Agra
Taj View Hotel, Taj Ganj
Amarvilas, Taj East Gate Road,
A Varanasi
Taj Ganges, Nadesar Palace Grounds
Radisson Hotel Varanasi, The Mall, Cantonment
A Mumbai
Taj Mahal, Apollo Bunder, Colaba, Tel. 022202 3366
InterContinental Marina Drive, 135 Marina Drive, Mumbai
Dove mangiare
In genere gli hotel segnalati offrono anche i migliori ristoranti della città e la possibilità di scegliere tra vari tipi di cucina (oltre a quella locale).
Segnaliamo anche:
A Mumbai
Trishna, Kala Ghoda (dietro la Rhythm House) tel. 022 2672176 (ottimo pesce e frutti di mare)
Rajdhani, Sheikh Memon (di fronte al mercato Mangaldas)
A Jaipur:
Gulab Mahal, Taj Jai Mahal Palace, Jacob Rd., Civil Lines, tel. 141 222-3636
The Copper Chimney, Mirza Ismail Road, Panch Batti, tel. 141 237-2275
Ad Agra
Chiman Lal Puri Wallah, Chimman Chauraha, tel 0562 236-7430
Esphahan, Amarvilas, Taj East Gate End, tel. 0562 223-1515
30/03/07
Raoul Bova: Io l'altro
Da attore "solo" bello e muscoloso, Raoul Bova si è trasformato in attore "vero". Soprattutto da quando si è trasferito a Los Angeles, considerandola un’opportunità di crescita professionale e umana da non perdere. Lo raggiungo nella sua casa in California alla vigilia dell’uscita di Io, l’altro, storia di un’amicizia fraterna che si trasforma in un gioco al massacro, fatto di diffidenza, sospetti, equivoci e malintesi.
Come nasce l’idea di questo film?
Dal mio desiderio interiore e dalla mia voglia di urlare contro tutto ciò che sta succedendo nel mondo, contro la guerra, contro la politica sbagliata, contro tutte le persone che hanno creato questo stato di cose. Io, l’altro è la storia di due persone umili, vittime anche loro della guerra, ma è anche il risultato di ciò che questo conflitto ha prodotto nella nostra società. Giuseppe e Yousouf rappresentano l’emblema di due fratelli che finiscono per odiarsi in virtù della guerra e di ciò che viene trasmesso dai mass media. Non a caso il terzo protagonista del film è la radio che i due hanno sulla barca e che racconta loro ciò che sta accadendo nel mondo, in maniera spesso fuorviante. Soprattutto dopo l’attentato di Madrid (11 marzo 2004, n.d.a.), per l’omonimia di Yousuf con uno degli attentatori, la diffidenza e i sospetti tra loro crescono a dismisura fino a diventare devastanti.
Il film è stato presentato prima negli Stati Uniti, quali sono state le reazioni?
Molti arabi ci hanno ringraziato per averli rappresentati come un popolo e non esclusivamente come terroristi. Ci dicevano che in America non hanno più amici, e le persone che conoscono ora, quando scoprono che sono arabi chiudono i rapporti con loro.
Gli americani si rendono conto di questa situazione?
Guarda, è come un virus sotterraneo che mina tutta la società, apparentemente è tutto normale e va tutto bene, poi ti rendi conto di come sia pilotata l’informazione negli USA: io sono rimasto sconcertato, ne sappiamo molto più noi in Italia di quello che succede in America che loro che ci vivono. Stando qui ti rendi conto che chi decide di fare la guerra e di mandare a morire così tanti ragazzi riesce a manipolare anche l’informazione e quindi le menti della gente. Certo, grazie a internet sanno anche che c’è un’altra informazione ma non sono tanti quelli che decidono, o che hanno il tempo e le possibilità, di mettersi a navigare in cerca di un altro tipo di informazione. Vivono una situazione di emarginazione che a loro sembra del tutto normale.
Da italiano come vivi questo stato di cose?
Sono sconcertato: qualche giorno fa ero con mio figlio in una sala di videogames e mentre quando noi eravamo piccoli sparavi ai mostri, adesso i nemici sono gli arabi! E questo è ancora più agghiacciante se pensi che tutti i drammi che ci sono stati fino ad ora, tutto l’odio razziale, tutte le stragi non sono servite a nulla. Fino a che gli americani non capiranno che gli arabi vanno considerati come un popolo fatto di tanta gente che crede nella pace e nei nostri stessi valori, e non vanno confusi con il terrorismo, difficile che la situazione nel mondo cambi.
Ci sono americani che lo capiscono?
Quelli che hanno un certo livello intellettuale e culturale e si creano un’identità politica riescono a scindere le due cose, però il problema sta nelle persone umili, come sono i due protagonisti di Io, l’altro, che vivono in uno stato di semi-povertà; Giuseppe e Yousuf sono due pescatori che sentono solo le notizie che passa la radio e come le trasmette.
Il film La finestra di fronte di Ozpetek è stato un po’ lo spartiacque della tua carriera? Fino a quel momento facevi solo film d’azione, lì invece eri un bancario timido, impacciato e problematico...
Forse per la prima volta un regista ha visto in me delle potenzialità diverse, spesso i produttori (e i registi stessi) ti vedono solo in una parte. Però se non sei un divo affermato non puoi permetterti di rifiutare troppe cose. Sicuramente La finestra di fronte (ma anche La fiamma sul ghiaccio di Umberto Marino) mi hanno fatto venire voglia di fare anche altre cose.
È difficile vivere negli Stati Uniti, mecca del cinema, da attore italiano?
Ogni situazione è difficile perché racchiude in sé tante potenzialità diverse. Però se credi in qualcosa e vuoi raggiungere il tuo obiettivo, devi andare a cercare dove ti sembra che ci siano le condizioni migliori per te. Se credi in te stesso e nel tuo mestiere, è un momento di crescita, un miglioramento umano, civile e artistico assolutamente fondamentale.
Cosa rappresenta per te l’America?
Un ampliamento di vedute. Qui ci sono più opportunità magari più piccole ma tantissime. C’è un cinema indipendente di grande qualità e spessore, non solo Hollywood. È come mettere un soldo in una slot machine: gli USA ti danno questo soldo, la possibilità di giocare e vedere se vinci.
È valsa la pena quindi andare a L.A.?
Tutto nella vita vale la pena, nel bene e nel male.
Come è visto il nuovo cinema italiano?
I produttori che pensano solo al box office non ci considerano affatto, però molti altri indipendenti hanno grande considerazione di noi, stimano molto la nostra nuova cinematografia perché è fatta di sentimenti.
Cosa stai facendo in USA?
Ho girato una fiction diretta e prodotta da Ridley e Tony Scott con Chris O’Donnell, Alfred Molina, Michael Keaton. Parla della CIA e nell’episodio in cui recito, sono il capo delle truppe cubane che combattono contro Fidel Castro durante la crisi della Baia dei Porci (1962, n.d.a.).
Tornando a Io, l’altro, quanto ci punti?
Tanto, perché rispecchia il mio modo di pensare, i valori in cui credo e che cerco di trasmettere ai miei due figli. È un film piccolo, a basso costo, che abbiamo girato in quattro settimane spendendo 700.000 euro. Però è un film vero che affronta temi interessanti, e questo è il cinema che mi piacerebbe fare. Senza però disdegnare quello d’intrattenimento e di genere.
(marzo 2007)
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le mie interviste
05/03/07
Andrew Howe: ll predestinato

Vigna di Valle è a 50 km da Roma, sulle rive del Lago di Bracciano dove regna una quiete e una pace quasi irreali. Qui si trova il Centro Sportivo dell’Aeronautica, con un campo di atletica che non ha nulla da invidiare al prato e alla pista dell’Olimpico. E’ qui che si allena Andrew Howe, campione d’Europa di salto in lungo a Birmingham con il record italiano di m. 8,30, speranza dell’atletica azzurra, prossimo protagonista ai Mondiali di Osaka in programma ad agosto. Andrew è un ragazzo semplice, sorridente, tranquillo (ma solo all’apparenza) che in gara (e su un palco) tira fuori tutta la sua incommensurabile energia. E con tre caratteristiche fuori dal comune: una mamma (René Felton, atleta anche lei) che lo allena, un’intolleranza verso l’America e gli americani e una passione sfrenata per la musica rock.
Perché pur essendo nato a Los Angeles e vissuto lì per i primi 5 anni della tua vita, non sopporti gli Stati Uniti?
Ma è più facile essere allenati da mamma?
Per certi aspetti è abbastanza difficile però alla fine è meglio così perché nessuno mi conosce come lei.
Sei nato a Los Angeles e cresciuto a Rieti, perché hai scelto di diventare italiano?
Più che altro perché mamma mi ha portato qua da bambino, sono cresciuto qua e mi sembrava normale scegliere l’Italia. Non mi sento per niente americano, non ho niente dell’America.
Mai avuto rimpianti per non aver scelto la nazionale USA?
Mai, assolutamente, anche perché non facevo parte di loro, non ragionavo come ragionano loro. Certo, in alcuni casi è normale che esca fuori l’americano in me, però alla fine cerco di reprimerlo molto perché non mi piace.
Non ti identifichi nell’americano?
Assolutamente,non mi piace proprio.
Quindi non hai mai pensato neanche per un attimo di lasciare l’Italia e tornare lì?
Mai, per carità!
Qual è la cosa che ti piace meno dell’essere americano?
Secondo me sono troppo inquadrati su ogni singola cosa, e poi se la tirano tantissimo, pensano sempre di avere tutto che sono i migliori invece non hanno né più né meno di quello che abbiamo noi. Della storia che abbiamo noi loro non hanno neanche la metà, anzi non ce l’hanno proprio. poi il mangiare non ne parliamo.
Tuo padre è americano e vive negli USA, ogni tanto ci vai quindi in America a trovarlo?
L’anno scorso ci sono andato una volta, ma perché dovevo fare la preparazione in un posto caldo e Los Angeles è il posto che conosco meglio quindi sono andato là, ma mio padre sono sette anni che non lo vedo, non vado mai per lui.
Tu hai un nonno putativo – se così possiamo dire – che è Tommy Smith, atleta di colore divenuto celebre per aver salutato sul podio delle Olimpiadi in Messico del 1968 la folla con il pugno alzato e il guanto nero (il saluto a sostegno del movimento denominato Olympic Project for Human Rights (Progetto Olimpico per i Diritti Umani), nda), e di recente anche tu salendo sul podio hai salutato così, perché?
Be’ lui è stato veramente una specie di nonno per me, è stato sempre vicino a mia madre (che si allenava con lui) nel momento della malattia, a me mi ha visto crescere, mi ha tenuto in braccio da piccolo e quindi mi sembrava un saluto e un omaggio dovuto a lui che dopo quel gesto ha avuto un sacco di problemi, non ha avuto lavoro per più di vent’anni per quel saluto. Un saluto che ogni singolo americano avrebbe dovuto fare e che invece solo lui e John Carlos (arrivato terzo in quella finale) hanno avuto il coraggio di fare. Perché ci voleva davvero coraggio a fare quel saluto nel ’68 dopo la morte di Martin Luther King e tutto quello che succedeva in Vietnam. Ha lavorato per quasi 10 anni come bidello poi l’hanno preso come sotto-sotto allenatore a Santa Monica
Come padre putativo invece hai avuto Carl Lewis, che ha detto che tu supererai il limite dei 9 metri nel salto in lungo...
Sì, lo ha detto quando avevo tre anni, prendendomi in braccio e alzandomi verso il cielo ma come si fa coi bambini quando ci giochi. Questa cosa poi ha fatto il giro del mondo.
Da lì però ti chiamano il predestinato?
Diciamo che mi ci chiamano da quando ho fatto 7,52 a 15 anni, nel 2000 a Fano, che è stato il salto più lungo nel mondo di un ragazzo di quell’età, record che resiste ancora oggi.
Ma tu ti senti un predestinato?
No, preferisco essere più concreto che predestinato.
Perché hai scelto l’Aeronautica per allenarti?
Più che altro perché io volo quindi – scherzosamente – siamo lì. Innanzitutto perché mi hanno dato una mano quando non stavo tanto bene, e questo è stato molto importante, poi perché per me è fondamentale allenarmi in un posto molto tranquillo e molto silenzioso e il centro sportivo qui è perfetto perché non ho pressioni addosso, gestiscono tutto quello che arriva da fuori e di un’onda di 5 metri mi fanno arrivare una cosa minima.
Ti stai allenando per i Mondiali di agosto in Giappone: come ci si prepara a un appuntamento così importante?
Si lavora tanto tanto tanto. C’è una fase di pesi, una di corsa, adesso ci siamo accorti che correndo sulla pista con le scarpe chiodate toglie un po’ di sensibilità ai piedi quindi mi sono messo a correre scalzo sull’erba, a fare le ripetute dei 100, 200, 300 e 400 sull’erba. La preparazione è difficile, come tutte le cose.
Com’è la tua giornata tipo?
Verso le 9.30 comincio a riscaldarmi, alle 10 inizio a fare esercizi poi dipende da quello che mi dice mamma, però siccome non me lo dice mai quello che devo fare in allenamento, parto da solo.
E’ cambiato il rapporto con tua madre ora che sei Campione d’Europa?
In un certo senso, più che altro è cambiato da quando ha iniziato a farmi da allenatrice, perché ho visto un lato di lei che non avevo mai visto. Quand’ero bambino quando iniziavo a fare gli sìostacoli le ho chiesto aiuto perché non avevo nessuno che mi allenava e lei è venuta al campo a darmi una man. E’ stata grande perché pur essendo stata una campionessa in passato non mi ha mai imposto le cose, sono tuttte partite da me. Lei poi è stata ben felice di farlo.
Quante ore al giorno ti alleni?
Sei.
E quando non ti alleni?
Suono la batteria.
Esiste il doping nell’atletica?
Purtroppo sì. Ho visto tantissimi atleti dopati, per dire una la Atanu un’atleta greca che fa i 100 mt. l’ho vista prima che la prendessero e dopo che l’hanno presa e squalificata due anni per doping. Ne conosco un bel po’ di questi soggetti. Devo dire però che non è così facile capire all’istante.
Ma i risultati in pista si vedono? Perché un ragazzo di sedici anni dovrebbe doparsi?
Il problema è che la gente pensa che ti prendi il doping e vai più forte, invece non è così: ti dopi per allenarti di più e per andare più forte perché il corpo può resistere solo a un certo allenamento, cioè non puoi sovraccaricare il corpo e pensare di fare certe prestazioni perché il corpo si autodistrugge non sa più dove prendere le forse, le proteine, il GH che è un altro ormone, lo steroide quindi servono da altri accumuli e dopandoti gliene dai altri e quindi cresci e di conseguenza lavori più facilmente. Questa è più che altro la situazione. Tante persone pensano che se ti dopi vai più forte, che stai tutto il giorno senza fare niente e poi vai più forte anzi ti devi allenare ancora di più se ti dopi. Quindi è molto più probabile che si dopi una persona che si allena tantissimissimo che una che non si allena per niente.
Cosa pensi prima di saltare?
Dipende dalla situazione in cui sto: se sto in una situazione come in quella di Birmingham, in cui dovevo fare un grosso salto perché ne avevo già falliti due penso solo a prendere e a spaccare quella tavoletta, andare più lontano possibile a scendere e a fare più casino possibile per distruggere la gara agli altri, anche emotivamente. Lo faccio anche perché so che li deconcentro totalmente perché non succede nell’atletica che dopo un salto buono uno faccia tutta ‘sta caciara. Quello che viene dopo o è troppo gasato, pia la pedana, fa un urlo e fa casino oppure si scarica completamente e fa sette metri.
Cosa ti carica di più prima di saltare?
Tante cose che mi passano per la testa. Non sembra ma io sono una persona molto rabbiosa, sono uno che si carica facilmente percé pensa a quello che deve fare. A Birmingham io pensavo che dovevo vincere punto e basta, non avevo il diritto di perdere. Mamma mi ha detto guarda tu vieni qui a vincere perché no puoi essere battuto da persone che non saltano nemmeno la metà di quello che puoi saltare tu.
Quindi salta, fai quello che sai fare tu e vinci sta maledetta gara, prendi sta medaglia.
Arriviamo alla musica, tu sei batterista, hai una grande passione per il rock, hai un tuo gruppo (i Craving) con cui hai già fatto un disco. Potrebbe essere il tuo mestiere quando deciderai di smettere?
Suono da quando avevo 9 anni quindi voglio che diventi una professione dopo che finisco con l’atletica, assolutamente.
Avete già un’etichetta?
Al momento no, questo lo abbiamo registrato completamente noi. Adesso la cosa importante sarebbe trovare un’etichetta che ci porti su. Noi facciamo un punk rock un po’ diverso,
C’è qualche italiano che ti piace?
Be’, io sono molto punk rock e in Italia non c’è nulla del genere. Io ascolto i Sepultura, gli Slipknot, di cui ero un appassionato totale, tutta roba molto pesante.
Quali sono i tuoi gruppi preferiti?
Il top sono i Tool, stanno all’apice, ci stanno i Tool e basta, poi mi sento anche i Deftones, i Korn, quando ero piccoletto ascoltavo i Limp Bizkit, ogni tanto. Ho una caterva di dischi del genere, in macchina ce ne ho 260 a casa poi non ne parliamo.
Li hai mai visti i Tool dal vivo?
Sì a giugno scorso al Palaghiaccio di Marino...
Sei salito sul palco?
Magari!!! Per me era un’emozione talmente forte perché vaneggi talmente tanto sentendo la loro musica, ti prende talmente tanto che quando sono entrato lì dentro è stato proprio bello bello.
Tra l’altro tu potresti utilizzare la tua fama di atleta per salire sul palco...
Per carità di Dio non lo farei mai. Mi massacrerebbero.
Non pensi che magari qualche discografico, potrebbe sfruttare, fiutando il business, la tua fama di atleta di fama mondiale per farti fare un dsco?
Spero proprio di no e sai perché? Perché preferisco farlo da musicista che è molto più bello, poi se siamo bravi andiamo avanti se no facciamo un passo indietro.
Concerti con i Craving?
Adesso abbiamo un mucchio di cose che possiamo portare in giro quindi sicuramente faremo concerti in giro. Poi il mio chitarrista suona anche con gli Undertakers e loro sono molto più grandi di me come età. Quindi contiamo molto sul fatto che qualcuno ci venga a sentire e capisca il genere perché venendo dall’America è un conto, venendo dall’Italia è un altro. In America ci stimano tantissimo e se riusciamo a tirare fuori qualcosa del genere ed esportarlo lì diventa una cosa gigantesca.
Quando trovi il tempo per suonare?
Suono il venerdi, il sabato e la domenica a Rieti nella saletta nostra. Poi ho anche un posto qui per suonare quando finisco gli allenamenti anche se sono molo stanco.
Scrivi anche i testi e/o la musica?
Un po’ sì,un po’ no. Li scriviamo insieme.
Come partecipi al processo di produzione?
Il chitarrista (Stefano Casania) fa un riff e veine fuori quello che viene fuori, ci viene istintivo poi fare una canzone. Se ci metti in una stanza er una giornata intera ti facciamo venti canzoni. Poi c’è il bassista che è Lucio Faraglia.
E’ vero che ti piacerebbe suonare in un centro sociale?
Certo, quello è un posto genuino. Il sogno mio è quello di suonare un giorno di fronte e a migliaia e migliaia di persone, suonare in un posto piccolo penso che tocchi di più il cuore della gente, è molto più bello e convolgente, le persone stanno lì e le vedi in faccia.
A cosa non rinunceresti mai nella vita?
Il mangiare, io sono uno che mangia tanto tanto tanto, mi piace moltissimo l’amatriciana e a volte mangio solo quella. Poi penso la batteria, sicuramente.
Il sacrificio più grande che hai fatto finora?
Penso ancora di non averlo fatto.
Avrei voluto chiederti se ti mancano gli USA ma mi sembra che non te ne freghi proprio nulla...
Ci vado in vacanza e per allenarmi mi sento straniero. Quando sto lì, anche se parlo l’americano, mi comporto come se non lo capissi, lofaccio apposta perché proprio non mi piacciono. Ma neanche le donne, ho avuto una piccola storia con una ragazza americana – mamma mia – dopo tre giorni sono andato a comprare i biglietti.
Tu anziché avere il mito dell’America hai il mito dell’Italia?
Ma certo,ma anche in America è così, amano gli italiani perchénon avranno mai il gusto nostro, quello che abbiamo noi. Il modo, la bellezza delle donne, delle persone, come si tratta la gente, In America ci sono tante cose che a me non mi piacciono proprio, non hanno la genuinità che abbiamo noi. E poi ci sono tante cose che io proprio non sopporto dell’America.
Quali?
La sanità, se uno sta male vai in ospedale e se non sei assicurato non ti possono fare niente, mentre invece in Italia ti curano ti assistono e questa è una cosa fondamentale che non deve cambiare mai. E poi la politica, il fatto che ci sia una persona sola che comanda e fa tutto lui, Bush ha fatto un casino quest’anno, l’America e tutti quanti nel mondo non vedono l’ora che venga scalzato dalla sua posizione.
Sei un idolo per molti ragazzi, qual è la cosa che vorresti che arrivasse ai ragazzi?
Più che altro io penso che debbano essere se stessi, né più né meno. Io per esempioquando ero piccolo mi sono scelto ben bene i miei modelli, però non è che li ho scelti e seguiti ciecamente, perché non chiederei mai questo, anzi penso che uno più diventa grande e famoso più debba essere umile e alla portata di tutti, e invece tra calciatori e altri non mi sembra che ci sia questa attitudine. Io in questo senso sono molto tranquillo, non voglio dare delusioni a chi mi prende come modello. Io preferisco che uno mi guardiper quello che sono: un ragazzo che corre e salta e a cui se chiedi un consiglio te lo dà spassionatamente senza pretendere che tu lo segua a tutti i costi.
E’ sempre la voglia di spaccare tutto che ti dàlo stimolo giusto per tutto, che sia un salto, una corsa o un concerto?
Purtroppo sì.
Perché purtroppo?
Perché ogni tnato ci vuole anche la calma.
Quanto conta la grinta nello sport?
E’ tutto, se non hai grinta non vai da nessuna parte.
BOTTA SECCA
Hamburger o amatriciana?
Amatriciana tutta la vita
Cheesecake o ciambellone?
Ciambellone, scherzi, ciambellone con un po’ di latte è il massimo
Salto o velocità?
Salto, per adesso
Record dei 9 metri o medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino (2008)?
Mmm... facciamo tutte e due
Oro olimpico o ai Campionati del Mondo?
Oro olimpico, decisamente, è molto più bello
Indoor o outdoor?
Aria aperta
Atletica o rock?
Eheehehe, boh... per adesso devo dire atletica se no la federazione mi stacca le orecchie, poi rock
I-pod o musica dal vivo?
Purtroppo devo dire i-pod perché mi sento solo quello, giro solo con quello.
L’ultima è difficile... medaglia di bronzo,e sottolineo bronzo, a Pechino (2008) o scudetto alla Lazio?
Questa è davvero difficile.. vabbe’ scudetto alla Lazio sai perché? Perché ogni volta che la Lazio vince lo scudetto io faccio qualcosa di grande, basta!
(realizzata nel Centro Sportivo dell'Aeronautica Militare di Vigna di Valle a marzo 2007)
Andrew Howe è nato a Los Angeles il 18/05/1985 (Toro)
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